Da Padre Russo and Madre Arab Palestinese
Lucy Ladikoff
Maggio 8, 2002

Sono nata e cresciuta a Gaza, da padre russo e madre araba palestinese di
Haifa emigrata a Gaza. I miei erano cristiani, e, pur essendo stata
battezzata, ho frequentato, tra l'altro, una scuola coranica.
I miei amici erano arabi musulmani, greci, armeni; essendo nati e cresciuti
tutti nello stesso paese, ci sentivamo palestinesi e basta. D'altronde la
Palestina è sempre stata una società cosmopolita.
Anche l'Islam, contrariamente a quanto vorrebbero fare credere i suoi
mistificatori, è sempre stato ecumenico e pacificamente pluri-confessionale.

Da trent'anni vivo in Italia; paese che mi ha dato il mio primo passaporto.
Ho famiglia italiana, e insegno arabo all'Università di Genova. Ho una
sorella e un fratello che vivono con le loro famiglie rispettivamente a
Beit-Jala e Betlemme . Di loro spesso mi mancano notizie per giorni e
giorni. Ho una cognata ebrea appartenente ad una numerosa famiglia di
Tel-Aviv. Con loro vivo l'altra angoscia.

Desidero premettere che per me, palestinese laica, la cultura, la
Religione, la storia del popolo ebraico sono valori; che il carattere
democratico dello Stato d'Israele (anche se è per i soli ebrei israeliani)
è un valore, che la funzione che il Popolo Ebraico e lo Stato d'Israele
svolgono di custodi della memoria della Shoah, è un patrimonio
dell'umanità.
Non mi auguro affatto la scomparsa dello Stato d'Israele, né l'instaurarsi
di alcun tipo di teocrazia.  Condanno gli atti violenti sulla popolazione
inerme, (tutti gli atti contro tutte le popolazioni), ricordando la lezione
del Corano che insegna ad amare la vita, non la morte.

Allo stesso modo condanno gli atti antigiudaici alle Sinagoghe europee (non
uso la parola antisemita, che mi sembra giusto riservare all'intolleranza
razzista dei non-semiti, non a quella degli arabi, semiti anch'essi).
Inoltre, e non credo di essere l'unica né la prima a dirlo, il problema
dell'antisemitismo è una questione europea, brutalmente strumentalizzata
dagli israeliani.

Ma, dopo questa lunga premessa, resa necessaria dalla confusione babelica
nella quale ci troviamo, desidero ricordare come ai Palestinesi che si
esprimono con la morte, debba essere riconosciuta, accanto all'esecrazione,
la dignità di chi ha perduto ogni altro linguaggio comprensibile.

Occorre condannare con la massima fermezza e senz'alcuna ambiguità gli
attentati suicidi contro i civili, ma è altrettanto irrinunciabile il
riconoscimento che a tanto non si arriva solo con il fanatismo, solo con
l'arroganza, solo con il fondamentalismo religioso.

Se tanti giovani si immolano, è perché non hanno altro che la loro
disperazione, è perché non hanno ottenuto altro che promesse non mantenute,
e un progressivo deterioramento del tessuto sociale, delle risorse
naturali, dello spazio vitale, continuamente eroso dagli insediamenti,
dall'accerchiamento, dall'occupazione. Il terrorismo, quind, non è la
causama  è la conseguenza dell'occupazione.

Pensiamo a quello che da troppo tempo i Palestinesi ricevono al posto di
un'esistenza normale:

1) Destruzione totale dell'agricultura palestinese. Durante i 35 anni di
occupazione i palestinesi sono stati troppo pazienti:  Israele ha deviato
tutta la loro acqua, ha distrutto la base dell'economia agricola, spianando
gli olivi e insediando coloni; così, il contadino palestinese si è
improvvisamente trovato con i suoi alberi rinsecchiti e morti e mentre
Israele espropriava le terre sotto i suoi occhi impotenti.

2) "Piani di pace", pieni di  astuzie ed ambiguità, volti ad evitare di
risolvere il problema della vivibilità del futuro Stato di Palestina, una
vivibilità che abbisognerebbe di confini certi, di risorse non boicottate,
e della fine della politica furbesca (e autolesionista) degli insediamenti.
(cfr. l'articolo del parlamentare israeliano Uri Avnery, Le dodici bugie
del piano Barak, in Il Manifesto, Marzo 2002)
 

3) La continua ripetizione di farse internazionali, che vedono gli Usa
sempre pronti a "tirare le orecchie" a  Sharon, senza che nessun arabo di
buon senso possa nemmeno lontanamente pensare, oggi, che vi sia una reale
volontà di ottenere terra, dignità e libertà.
La politica di Sharon e quella del suo non credibile alleato non hanno,
nemmeno nel breve periodo, alcuna possibilità di sconfiggere  veramente e
definitivamente il terrorismo, se non rimuovendone le cause.

4) L'ipocresia dei "fratelli" arabi ricchi, gli zii d'America, che -quasi
tutti- fanno finta di volere aiutare i palestinesi, ma non ne hanno alcun
interesse, divisi come sono tra il prezzo del barile e l'insofferenza delle
masse pronte ad ascoltare la parola degli Imam fondamentalisti.
Ma come possono la Comunità ebraica internazionale e il popolo d'Israele
non vedere  che la politica israeliana nei confronti dei Palestinesi ha
messo in gravi difficoltà anche i regimi arabi confinanti e amici degli
americani? Fino a quando questi regimi dittatoriali potranno tenere a bada
l'ala oltranzista che spinge verso la presa del potere e non approva la
passività dei suoi governanti nei confronti dei palestinesi?
In Egitto le giovani donne cominciano a chiedere di potersi immolare per la
Palestina, ma lo vogliono fare davvero per la Palestina o perché sono
stanche di vivere in una soffocante oppressione senza nessuna possibilità
di protestare, visto che l'unica protesta ammessa è quella contro Israele?
Si è mai domandato Sharon che ne sarebbe d'Israele se gli integralisti in
Egitto e in Giordania prendessero realmente il sopravvento? E se questo è
il vero pericolo, pensa di  attuarlo contrapponendo ad una barbarie
un'altra barbarie?

5) Il "deficit" europeo: l'Europa che non sembra aver ancora raggiunto una
capacità di vera influenza sui fatti internazionali.

6) La delusione per la mancata, eppur sperata e attesa, voce di condanna,
che poteva alzarsi dalle Comunità Israelitiche occidentali, capaci, almeno
loro, di vedere che la sopravvivenza di Israele non passa attraverso la
cancellazione morale del popolo Palestinese.
E mentre studiosi e  religiosi musulmani condannano il terrorismo contro i
civili, condannano la logica del martirio e denunciano i mistificatori
dell'Islam  (cfr. Meddeb Abdelwahab, prof. Univ.Paris 10, La maladie de
l'Islàm, Entretien avec Abdelwahab Meddeb, in "Esprit", Ottobre 2001;
Habib Boulares, La peur et l'esperance; le dichiarazioni del mufti di
Marsiglia ecc.) non abbiamo sentito nessun  rabbino condannare Sharon e il
fondamentalismo dello stato ebraico?
Tuttavia, noi palestinesi ci sentiamo consolati nel sentire i pochi ma
coraggiosi e straordinari compagni israeliani dentro lo Stato Ebraico,
capire e difendere i diritti dei palestinesi come annota Ronit Dovrat,  in
una sua lettera a Gad Lerner pubblicata sul Manifesto disse: "È ora di
chiarire tra noi ebrei che ci diciamo di sinistra (e lo siamo, chi di più
chi di meno) qual è la differenza tra noi. Rompere finalmente questa unità
fastidiosa e scorretta che serve soltanto a nascondere i fatti e la verità.
Alcuni intellettuali israeliani rappresentano come te e con te un pacifismo
razzista, persone che noi di sinistra in Israele abbiamo chiamato negli
anni settanta e ottanta "quelli che sparano e piangono". Prima aderiscono
pienamente a tutte le decisioni del governo israeliano e a tutte le azioni
militari e poi piangono per le conseguenze. Pacifismo razzista perché in
fondo, sotto sotto, diciamo la verità, il nostro sangue è tanto più caro
del sangue palestinese. Così siamo stati educati e cresciuti in Israele. Io
che avevo 12 anni nel `67 mi ricordo una infanzia accompagnata dalla
scritta sui muri "un arabo buono è un arabo morto". Ora la scritta è
cambiata: "niente arabi- niente attentati".

Purtroppo (è orribile constatarlo) la strategia del "martirio" funziona:
l'unica in grado di incutere paura, in un mondo in cui non ci sono mezzi,
né eserciti, né lavoro, né scuole, né particolari ragioni, né modi, per
progettare il futuro.
Che cosa pretende Israele da noi: silenzio e obbedienza cieca? Bisogna
smetterla di chiamare questa "guerra", ciò che ha carri armati voltati da
una parte sola: la guerra, non  presuppone forse due stati sovrani con due
eserciti a confronto? Questa è l'aggressione di uno tra i più potenti
eserciti  del mondo contro una popolazione.

Anche noi palestinesi, come tutti,  abbiamo i nostri gravi problemi
all'interno, ma non riusciamo neppure a pensare di risolverli, schiacciati
come siamo da un'oppressione tanto insormontabile. Quasi la totalità dei
palestinesi riconosce il diritto dello Stato Ebraico di vivere in pace
dentro frontiere sicure e sul 78% della terra, mentre la quasi totalità del
popolo israeliano non solo non riconosce la realtà dell'occupazione ma
vuole cacciare via un intero popolo non concedendogli nemmeno il diritto
alla vita.
L'unica chiave di salvezza per noi tutti e per lo Stato di Israele è nelle
mani della società israeliana: occorre liberare completamente i Territori
(che sono solo il 22% della Palestina/Israele) senza furberie né inganni,
applicando le risoluzioni 242 e 338 dell'ONU, creare due stati sovrani e
indipendenti con frontiere sorvegliate da osservatori internazionali.
Non basta a Israele il 78% della terra?
Quando Israele capirà che non potrà mai vincere la "sua guerra" per sempre?
Nessun occupante ci è mai riuscito.
Israele ha vinto la guerra della propaganda, ma potrà la propaganda fare
giustizia? È vero che siamo soltanto degli automi in mano ai media, quindi
destinati e seguire ciecamente la logica del "grande fratello" che penserà
a tutto per noi?

Sul serio c'è chi pensa di poter sradicare il terrorismo?
Perché non si comprende che Israele potrà vivere solamente se anche noi
palestinesi potremo vivere?

Lucy Ladikoff                22- 04 - 2002
 

QUANDO SI ALLONTANA
(Mahmud Darwish)

Il nemico che prende il tè nella nostra capanna
ha una giumenta nel fumo e una figlia
con  sopracciglia folte,  occhi nocciola
e, sulle spalle, una chioma lunga
come una notte di canzoni. La sua immagine
non lo lascia tutte le volte
che viene da noi a chiedere il tè,
ma non ci dice cosa fa lei di sera, né parla
di una giumenta abbandonata
dalle canzoni in cima alla collina...

Nella nostra capanna, il nemico si riposa dal fucile.
Lo abbandona sulla sedia di mio nonno
e si nutre del nostro pane come fa l'ospite.
Sonnecchia un po' sulla sedia di vimini.
Carezza la nostra gatta
e ci dice sempre:
non biasimate la vittima.
Chiediamo:  e chi è?
Lui risponde: è sangue che la notte non asciuga.

I bottoni della sua divisa brillano
quando si allontana.
A te la buona sera. E salutaci il nostro pozzo
e il posto dei fichi. Va' piano
sulla nostra ombra nei campi d'avena.
Saluta i nostri cipressi alti nei cieli
e non lasciare aperto di notte il portone.
Ricordati che il cavallo ha paura degli aerei
e salutaci di là, se avrai tempo.

Queste parole che avevamo voglia
di dire sulla soglia lui le sentiva perfettamente
perfettamente, ma le nascondeva
in una tosse precipitosa
poi le buttava da una parte.
Perché va a trovare tutte le sere la sua vittima?
Perché ricorda i nostri proverbi, proprio come noi
e riprende i nostri stessi canti
sui nostri incontri nella terra sacra?
Se non fosse per quel revolver
il flauto si sarebbe unito al flauto.

La guerra durerà finché la terra
su se stessa girerà con noi.
Dobbiamo essere buoni quindi.
Ci chiedeva di essere buoni, qui,
e declamava i versi del "Pilota", di Yeats:
"Non amo quelli che difendo
come non ho avversione contro
quelli che combatto."
Poi usciva dalla nostra casetta di legno,
percorreva ottanta metri
fino alla nostra casa di pietra, laggiù,
al limite della pianura.

Saluta la nostra casa, o straniero.
Le nostre tazzine
da caffè sono ancora buone. Ci senti
sopra l'odore delle nostre dita? Hai detto a tua figlia
con la treccia e le sopracciglia folte
che un innamorato
assente arde
di vederla
soltanto per traversarle lo specchio e conoscere
il proprio segreto?
Per vedere come lei continua la vita,
al posto suo?
Salutala se avrai tempo

Queste parole che avevamo voglia
di dire lui le sentiva perfettamente
perfettamente, ma le nascondeva
in una tosse precipitosa
poi le buttava da una parte.
Gli brillavano i bottoni sulla divisa
mentre si allontanava.
 

Mahmoud Darwish,  Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine,
(tratta dalla raccolta di poesie, a  cura e trad. di Lucy Ladikoff Guasto)
Genova, San Marco dei Giustiniani, 2001.
Docente di Lingua e Letteratura araba
Università degli studi di Genova